Diario di un infortunato temporaneo – Prima parte

Infortunio

Infortunio

Questo post è stato scritto con la mano sinistra, anche se non sono “mancino”: domenica sera, 2 febbraio, mi sono rotto il dito mignolo della mano destra. Risultato: un mese di gesso fino a metà dell’avambraccio destro, quindi mano destra quasi inutilizzabile, un mese di riposo a casa dal lavoro.

Le considerazioni che seguono provengono dalla mia esperienza e spero possano servire a chi ha avuto e purtroppo avrà esperienze simili alla mia, non gravi me nemmeno simpatiche.

  1. Le prime 24 ore sono le più difficili. Siete arrabbiati, sicuramente avete dolore e probabilmente non siete riusciti a dormire. Cercate di lasciarle passare distraendovi il più possibile e non traete conclusioni affrettate: avete appena preso un gol, ma la partita non è finita.
  2. Se, come me, vi ostinate a pensare che con un po’ di attenzione tutto questo non sarebbe successo, prima cercate di perdonarvi: nessuno è infallibile. Anche Gigi Buffon ha preso qualche “gollonzo”, eppure ha vinto i campionati del mondo del 2006.
  3. Non potete usare la mano destra come vorreste, ma … c’è sempre la sinistra! E il resto del corpo funziona ancora. Quindi fate tutto quello che vi sentite di fare, usando prudenza, ma senza sentirvi prossimi alla fine del mondo. E’ sorprendente la quantità di cose che si possono ancora fare (senza strafare!).
  4. (Re)Imparare a lavarsi i denti con la mano sinistra richiede tempo: inutile arrabbiarsi. Siate pazienti anzitutto con voi stessi: la fretta è inutile e dannosa, perché provoca arrabbiature, frustrazioni e a volte anche ulteriori infortuni. Rallentate: nessuno vi corre dietro! Ed essere tolleranti con voi stessi vi insegnerà ad esserlo anche con gli altri.
  5. Un piccolo infortunio non vi trasforma magicamente nell’Imperatore del Pianeta Terra e chi vi sta’ attorno non diventa improvvisamente vostro suddito. Ma se qualcuno si offre di aiutarvi con cuore sincero, perché respingerlo? Mettete da parte il vostro orgoglio e siate umili: a volte è più difficile “lasciarsi amare” che amare. E questa potrebbe essere l’occasione giusta per annullare certe distanze che si erano create per ragioni che magari avete già dimenticato.

Fine della prima parte e saluti dalla mano sinistra ormai esausta.

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Beati i lenti!

Gondola a Venezia

Gondola a Venezia

Abbiamo un bisogno urgente di rallentare. Di riprendere fiato, di sbarazzarci dell’angoscia di non arrivare a fare tutto quel che si deve fare nelle ventiquattro ore che fanno una giornata.

[…]

Se decidi di non correre di non accettare più di un paio di appuntamenti al giorno, di non cercare di accumulare scadenze, cominci a ritrovare un po’ di calma, e ti rilassi. E facendo questo, diventi più attento, più disponibile a quello e a quelli che ti stanno intorno. La lentezza permette di riscoprire gesti, odori e suoni che l’accelerazione e la velocità ci avevano rubato. Come si fa a sentire il profumo di un fiore – concesso che ci siano ancora fiori intorno a noi – se uno ci passa accanto a cento all’ora? E come vedere sguardi interrogativi o sottilmente perplessi sui visi di esseri cari, se andiamo così di fretta da avere perduto l’abitudine di guardare in faccia quelli con cui parliamo?

Beati i lenti! Fanno domande e aspettano con calma la risposta. Poi, non hanno subito pronta un’altra domanda (come se la vita fosse un interrogatorio permanente), lasciano che un silenzio invada lo spazio, che gli occhi si incontrino furtivamente, aspettano che un sentimento intimo porti in superficie qualche quesito rilevante.

[…]

I lenti sono spesso ricompensati da un’idea che nasce da questo lento approdo agli interrogativi. Gli stressati, quand’è l’ultima volta che hanno avuto un’idea?

Tratto dal Capitolo 4 del libro Ozio lentezza e nostalgia. Decalogo mediterraneo per una vita più conviviale / Christoph Baker. EMI, 2001.