Storia di Marco e di chi lo ha aiutato

Storia di Marco e di chi lo ha aiutato

Ecco, io prima di qualsiasi cosa, di qualsiasi discussione, di qualsiasi provvedimento sociale, politico ed economico, farei di tutto perché i nostri simili più deboli e fragili non siano mai lasciati soli, siano assistiti a tutti i costi, siano fatti sacrifici per loro, ma che non siano mai abbandonati, mai isolati.
Mai.
“Perché è la vita, non la morte, a non avere confini” (G. Marquez)

Citazione dall’articolo

Il compleanno, un nuovo lavoro, un cespuglio in briciole e il lasciapassare “A38”

Sono le 5.50 e la sveglia suona all’impazzata: so che quella stronza se la gode a vedere me che sobbalzo nel letto, perché sa benissimo che di solito mi sveglio un’ora dopo; ma pare che se insulti una sveglia in questo universo ti rinchiudano in manicomio, quindi la spengo con calma, cercando di non svegliare nessuno.

Il programma della mia giornata prevede:

  • un paio d’ore in ospedale con mio padre, che a breve si dovrà operare, per tutte le visite preventive;
  • una giornata di lavoro in quella che sarà la mia nuova sede lavorativa da inizio giugno;
  • qualcosa che al momento non mi viene in mente, ma che sicuramente mi ricorderò fuori tempo utile.

Inforco vestiti e scarpe mentre sto ancora sognando di dormire, mi preparo un caffè, ingurgito un paio di biscotti e mi dirigo verso l’automobile, sulla quale trovo già mio papà (che probabilmente ci ha dormito su per paura che non suonasse la sveglia) che stringe con entrambe le mani tutta la sua storia clinica di 70 e più anni accatastata in una borsa di plastica che quando la muovi fa un casino bestiale.

Io: “Babbo, scusa ma non hai una banale carpetta?”
Papy: “Anni fa ce l’avevo, ma chissà dov’è finita”.

L’appuntamento in ospedale è per le 7.30, ma ovviamente arriviamo mezzora prima, perché “non si sa mai che chiamino prima …”.

Capiamo subito che le visite non saranno solo 2, ma almeno 6: probabilmente per operarlo devono verificare anche se possiede sangue alieno. Minimo minimo ci perdo tutta la mattinata. Arriverò subito in ritardo sul nuovo posto di lavoro, bell’inizio.

L’iter degli esami è decisamente complicato: si comincia dall’ufficio pre-ricoveri al piano terra, poi porta 4 nel corridoio a sinistra, quindi si esce verso i poliambulatori, sportello 9/10, quindi seconda stella a destra nella costellazione della corona boreale …

Il mio vecchio non corre veloce, ma dato il casino che fa la borsina di plastica almeno non corro il rischio di perderlo per strada.

Mentre cerco di districarmi nel labirinto mi arrivano una sfilza di sms che evito accuratamente di leggere perché ho già abbastanza da fare. Saranno i miei nuovi colleghi che reclamano la mia presenza o quelli vecchi che dopo soli 10 mesi in cui sanno che me ne andrò si sono improvvisamente resi conto che senza di me sarà complicato? Preferisco non saperlo.

Con un po’ di pazienza, una decina di caffè al ginseng (benedette macchinette …) e alcuni trucchi machiavellici l’impresa viene portata a termine; avete presente Asterix e Obelix quando cercano il lasciapassare A38? Beh, più o meno è andata così.

Finalmente riaccompagno a casa il mio vecchio, che sembra più in forma che mai. All’alba delle 11.30 mi decido a leggere la sfilza di sms: scopro che non riguardano il lavoro, ma … il mio compleanno! Orco mondo, ma se di solito si ricorda di farmi gli auguri solo mia moglie! Comunque è bello riscoprire che sei nel cuore di tante persone.

Il pomeriggio nella mia futura sede di lavoro trascorre tranquillo e alle 17.30 decido di tornare a casa.
Mentre torno a casa mia moglie mi ricorda che il figlio più piccolo è da un suo amico e quindi devo recuperarlo alle 18. Di solito quando la peste è dai suoi amici poi è di buon umore; sarà così anche stavolta? Data la giornata complicata nutro qualche preoccupazione …

Arrivo dal mio pargolino mentre sta praticando insieme agli amici un’attività sportiva non identificabile, che comprende l’utilizzo di palloni da calcio, basket, rugby, rami divelti da una siepe e malcapitati insetti.
Decido di non approfondire la questione e di presentarmi a lui con un sorriso smagliante.
In tutta risposta la peste

  • prima mi guarda in modo truce;
  • poi sfodera una pallonata che schivo per un nonnulla (per la cronaca il pallone finisce in strada e per poco non centra in pieno una malcapitata nonnina in bicicletta);
  • infine corre a nascondersi in un cespuglio frantumandone almeno la metà del fogliame.

Io: “Tato, cosa c’è, non ti sei divertito?”
La peste dal cespuglio: “Vai via, abbiamo appena cominciato a giocare!”
Io: “Tato, guarda che sei qui a giocare da 2 ore e 1/2! E prima avevi giocato con i tuoi amici anche all’asilo. Non hai voglia di tornare a casa?”
Lo sguardo della peste emerge dal cespuglio e urla un semplice ma efficacissimo “NOOOOOOOOOOOOO!”
Poi si ritira nuovamente nel cespuglio incenerendo il poco fogliame residuo.
Mi rivolgo alla mamma del suo amico, che mi sta guardando in cagnesco, probabilmente perché dovrà comperarsi un cespuglio nuovo: “Qualcosa oggi è andato storto?”
Lei, compatendomi e abbozzando un sorriso: “No no, tutto bene. Ma adesso dovrei tornare in casa …”

In qualche modo recupero il pupo, lo carico a forza in auto, chiamo il giardiniere per recuperare quel che resta del cespuglio e finalmente mi dirigo verso casa.
Entrato in casa mi stravacco sul divano, forse gli esami medici dovrei farli anch’io …

Dopo un po’ arriva anche mia moglie: “Ciao amore, auguri! Tutto bene oggi?”
Io: “Grazie per gli auguri amore. Per il resto hai una domanda di riserva?”

Che film la vita

1982, avevo 12 anni. Al ritorno dalle scuole medie ascoltavo alla radio la “Hit Parade” dei “45 giri” più venduti della settimana.

Ricordo benissimo che al primo posto per qualche settimana rimase “Avrai”, di Claudio Baglioni, canzone dedicata al figlio nato da poco.

Quella canzone mi è rimasta nel cuore, l’ho cantata a squarciagola ad un concerto di Baglioni nel 1992 (avevo 22 anni) ma mai avrei immaginato che il 29 marzo 2014 l’avrei cantata in un altro concerto di Baglioni insieme a mia figlia, 9 anni.

A volte la vita va molto oltre la fantasia!

Baglioni, Con Voi tour, Bologna Casalecchio, 29 marzo 2014

Baglioni, Con Voi tour, Bologna Casalecchio, 29 marzo 2014

Imparariamo a sognare

Tutti i bambini sognano, e io non ero da meno.

Sognavo per esempio di diventare un supereroe come Goldrake, ma anche di diventare un astronomo e scoprire la vita extraterrestre.

Il primo sogno era una fantasia non realizzabile, il secondo si.
Il primo sogno serviva ad imparare a sognare, il secondo a capire cosa avrei potuto fare da grande, perché il progetto SETI era già realtà, e uno dei suoi più importanti sostenitori, il grande Carl Sagan, ne parlava in TV.
Il primo sogno serviva al bambino che ero, il secondo all’adulto del futuro.

Qualche sera fa ho partecipato ad un incontro per la costituzione di un circolo culturale nel mio paese. Erano presenti persone di tutte le età. Io ero nell’età “di mezzo”, ma c’era un ragazzo di 22 anni, esattamente la metà dei miei. La cosa che mi ha sorpreso di più è la sua disillusione, ma anche la sua dignità nel dire che sperava che quel circolo fosse per lui fonte di nuova speranza.

I temi proposti dall’ala più anziana e non condivisi da me per lui erano già sorpassati, ma era del tutto insopportabile l’atteggiamento nei confronti delle sue proposte, che pure a me parevano molto più concrete e significative: un paternalismo e una pietà che secondo me nascondevano solo paura.
Alla fine lui ha concluso così: “Se pensate che la mia generazione sia fatta da scemi poi non lamentatevi se lo diventiamo davvero. Il vostro compito non è quello di farci diventare delle vostre fotocopie, ma di insegnarci come andare alla ricerca della verità. Noi non vogliamo riscoprire quello che voi avete già scoperto, ma quello che rimane da scoprire. E a voi questo fa paura“.

Da parte mia l’ho ringraziato per la sua sincerità e gli ho detto, davanti a tutti, di continuare così. Ho sicuramente più da imparare da lui che dagli altri.

Poi in privato gli ho chiesto quanto il suo pensiero fosse rappresentativo di tutti i ragazzi della sua età. Lui mi ha risposto che la sua generazione purtroppo beve e fuma parecchio. E va già molto bene quando si ferma li. Gli ho domandato il perché. Mi ha risposto che il problema è che la maggior parte dei genitori dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni hanno insegnato ai figli che la vita è “fiction”, è solo finzione. Hanno insegnato loro che non è importante ciò in cui si crede, ma fare finta di crederci. E questo a lungo andare diventa insopportabile e ti spinge a cercare ogni modo per evadere.

I miei figli hanno 5 e 9 anni. La più grande ha cominciato già da tempo a distinguere tra sogni realizzabili e sogni non realizzabili. Sogna per esempio di avere da grande una fattoria con tanti animali, ma non sogna più di riuscire a parlare con gli animali, se non per gioco.

Ho l’impressione che l’errore madornale di tanti genitori, e questo lo dico anche per esperienza diretta, sia che invece di insegnare ai propri figli a sognare vogliano insegnare loro cosa sognare, magari delegando anche il compito ad altri.
Sicuramente fare i genitori in questo modo è più comodo, perché se insegni ai figli a sognare poi non sai quali sogni faranno.
E se vogliono diventare piloti di formula 1? “Ma no, piccolo, è uno sport troppo pericoloso! E’ meglio che impari a giocare a tennis.
E se vogliono diventare astronauti? “Ma no caro, saresti sempre lontano da casa. Meglio che diventi un insegnante di scuola, così siamo vicini vicini anche quando sei grande.

Purtroppo però quando soffochi la capacità di sognare soffochi anche la vita.

Io non sono in grado di verificare in che percentuale il problema emerso nel corso della serata riguardi la generazione dei ventenni, e quindi non posso ne’ voglio generalizzare. Vedo però parecchi ventenni già mezzi brilli alle 18.30 per avere trangugiato un bottiglione di vino a stomaco vuoto nel bar più alla moda del mio paese. Intendiamoci, una sbornia capitava anche a me e ai  miei amici di allora, quando avevamo 20 anni: ma erano eccezioni, trasgressioni e non l’abitudine.

Se c’è una cosa che devo riconoscere a mio padre è quella di avermi insegnato a coltivare i miei sogni. E’ grazie a questo che non ho avuto paura di studiare la fisica teorica: anche se sapevo che non ero un genio e che probabilmente non sarei diventato un ricercatore la fisica mi appassionava. E comunque le competenze informatiche acquisite in quegli anni di studio mi avrebbero consentito di cercarmi un lavoro, così come poi è in effetti avvenuto. 

Avere imparato a coltivare i miei sogni mi ha anche aiutato a superare la paura di sposarmi e di scegliere coscientemente di fare due figli.

Già, i miei due figli!
Per quanto mi riguarda mi sono ripromesso di non soffocare nemmeno il più piccolo dei loro sogni, ma mi accorgo che le parole contano poco. Conta invece tantissimo come mi comporto.

Un esempio.
Sto cercando in tutti i modi, oramai da due anni, di conquistare un posto di lavoro più adatto a me. I miei figli vedono quanto lo sogno e fanno il tifo per me, ma l’effetto secondario è che sono attentissimi a come mi comporto e a come reagisco.
In questa vicenda ci sono stati molti alti e bassi, ma ho scoperto che per loro l’importante è che io non molli anche quando le cose non vanno come devono. Insomma: per loro non sono invincibile perché vinco sempre, ma perché anche quando perdo non sono “vinto”. Forse è la differenza che c’è tra un eroe e un supereroe …
Spero davvero di ottenere il nuovo lavoro, ma più importante ancora è insegnare ai miei figli che  “ormai che ho imparato a sognare non smetterò“. Perché anche loro non smettano mai di sognare una vita più bella e costruiscano un mondo migliore di quello che gli stiamo dando in mano noi.

La grande bellezza

Oscar

Oscar

E’ una giornata come tante altre. Io e mia moglie al lavoro, mia figlia a scuola e mio figlio all’asilo.

Già, mio figlio, il cucciolo di famiglia, 5 anni compiuti da poco e un caratterino di quelli che ti raccomando, sempre pronto a scherzi piccoli e grandi. Un sorriso che ti conquista, tutto sua madre, ma anche una vitalità da sette camicie al giorno, a testa, per papà e mamma, tutte zuppe di sudore.

Oggi però per i genitori è giornata di relax al lavoro (si fa per dire): c’è la nonna che recupera il cucciolo all’asilo, trovando una sorpresa. Si tratta di un disegno che li ritrae insieme al parco, in una giornata di sole; sul retro c’è una frase, dettata dal cucciolo alla maestra:

Per la nonna
Grazie perché oggi stai con me e mi vuoi bene

Se non è questa la grande bellezza …

Figlia mia, sei proprio cresciuta …

La poesia dell'amicizia

La poesia dell’amicizia

Quando, a nove anni e mezzo, si appendono nella propria camera “massime” come queste prima un genitore rimane a bocca aperta, poi rischia di piangere di gioia, poi pensa che è fortunato e magari … che è anche stato bravo, no?

Il sonno della ragione genera mostri

Il sonno della ragione genera mostri

Inferno, prima classe, andata e ritorno

Divina Commedia - inferno

Divina Commedia – inferno

Mio figlio, cinque anni, ha appena chiuso gli occhi e dorme tranquillo e sereno. Mia figlia, più grande, sta per addormentarsi.

Cinque giorni fa il cucciolo si è distrutto un incisivo nel tentativo di imitare Spiderman, poi ha rimediato un edema all’occhio destro probabilmente in uno scontro all’ultimo sangue contro l’incredibile Hulk.

Io sto rischiando l’antibiotico per un mal di gola e la tuta da supereroe l’ho persa da anni.

E siccome non c’è il tre senza il quattro (ma non era il due senza il tre?) mentre sto dicendo a me stesso “Finalmente domani è venerdì!” ricevo una di quelle telefonate che non vorresti mai ricevere: è mio papà, 73 anni. “Puoi venire subito? Non mi reggo in piedi”.

Il tempo di indossare la tuta (quella da ginnastica, non quella da supereroe …) e gli sto provando la pressione.
Max a 160, minima a 110. Non va bene.
Lui ragiona in modo lucido, ma non riesce ad afferrare bene gli oggetti e ogni movimento è difficoltoso.
Prova ad alzarsi dalla sedia, ma barcolla paurosamente.
“Maledizione, sembra ictus o ischemia”, penso tra me e me.

Chiamo subito la guardia medica (GM) e gli riferisco tutto.
GM: Potrebbe essere un ictus
IO: Ma va … (penso)
GM: Chiami subito il 118
IO: Ma non viene a visitarlo?
GM: No, è inutile.
IO: Non è certo l’ottimismo in persona (penso)
GM: Lo chiama lei il 118 o lo chiamo io?
IO: Ci penso io, grazie.

Nel frattempo è arrivata mia sorella, prepara la borsa per l’ospedale sperando che non serva, ma ci crede poco.
Proviamo a consolare il papy, disperato come Superman dopo il contatto con la kryptonite, e partiamo in ambulanza.
Sarà un viaggio verso l’inferno?

Entriamo con l’ambulanza nel pronto soccorso di un ospedale vicino, di piccole dimensioni.
Siamo un po’ preoccupati.
Saranno competenti i medici? Gli faranno tutto quello che c’è da fare?
E lui reggerà psicologicamente? Sua moglie, mia mamma, non c’è più da quasi 40 anni.
Lui vive da solo, anche se contornato da figli e nipoti.

Poi scopriamo che il viaggio, destinazione a parte, è in prima classe: medici ed infermieri semplicemente perfetti.
La TAC esclude ictus e ischemie, gli altri esami sono a posto, sembra sia stato solo uno sbalzo di pressione.
OK, non hai vinto lo scudetto, ma non sei neanche retrocesso!
Dopo qualche cura il vecchietto torna il solito “giovincello” rompiballe di 73 anni.

Hey Tu, lassù in alto o dovunque tu sia, grazie per il biglietto di ritorno!
La sola andata sarà per la prossima volta …