Imparariamo a sognare

Tutti i bambini sognano, e io non ero da meno.

Sognavo per esempio di diventare un supereroe come Goldrake, ma anche di diventare un astronomo e scoprire la vita extraterrestre.

Il primo sogno era una fantasia non realizzabile, il secondo si.
Il primo sogno serviva ad imparare a sognare, il secondo a capire cosa avrei potuto fare da grande, perché il progetto SETI era già realtà, e uno dei suoi più importanti sostenitori, il grande Carl Sagan, ne parlava in TV.
Il primo sogno serviva al bambino che ero, il secondo all’adulto del futuro.

Qualche sera fa ho partecipato ad un incontro per la costituzione di un circolo culturale nel mio paese. Erano presenti persone di tutte le età. Io ero nell’età “di mezzo”, ma c’era un ragazzo di 22 anni, esattamente la metà dei miei. La cosa che mi ha sorpreso di più è la sua disillusione, ma anche la sua dignità nel dire che sperava che quel circolo fosse per lui fonte di nuova speranza.

I temi proposti dall’ala più anziana e non condivisi da me per lui erano già sorpassati, ma era del tutto insopportabile l’atteggiamento nei confronti delle sue proposte, che pure a me parevano molto più concrete e significative: un paternalismo e una pietà che secondo me nascondevano solo paura.
Alla fine lui ha concluso così: “Se pensate che la mia generazione sia fatta da scemi poi non lamentatevi se lo diventiamo davvero. Il vostro compito non è quello di farci diventare delle vostre fotocopie, ma di insegnarci come andare alla ricerca della verità. Noi non vogliamo riscoprire quello che voi avete già scoperto, ma quello che rimane da scoprire. E a voi questo fa paura“.

Da parte mia l’ho ringraziato per la sua sincerità e gli ho detto, davanti a tutti, di continuare così. Ho sicuramente più da imparare da lui che dagli altri.

Poi in privato gli ho chiesto quanto il suo pensiero fosse rappresentativo di tutti i ragazzi della sua età. Lui mi ha risposto che la sua generazione purtroppo beve e fuma parecchio. E va già molto bene quando si ferma li. Gli ho domandato il perché. Mi ha risposto che il problema è che la maggior parte dei genitori dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni hanno insegnato ai figli che la vita è “fiction”, è solo finzione. Hanno insegnato loro che non è importante ciò in cui si crede, ma fare finta di crederci. E questo a lungo andare diventa insopportabile e ti spinge a cercare ogni modo per evadere.

I miei figli hanno 5 e 9 anni. La più grande ha cominciato già da tempo a distinguere tra sogni realizzabili e sogni non realizzabili. Sogna per esempio di avere da grande una fattoria con tanti animali, ma non sogna più di riuscire a parlare con gli animali, se non per gioco.

Ho l’impressione che l’errore madornale di tanti genitori, e questo lo dico anche per esperienza diretta, sia che invece di insegnare ai propri figli a sognare vogliano insegnare loro cosa sognare, magari delegando anche il compito ad altri.
Sicuramente fare i genitori in questo modo è più comodo, perché se insegni ai figli a sognare poi non sai quali sogni faranno.
E se vogliono diventare piloti di formula 1? “Ma no, piccolo, è uno sport troppo pericoloso! E’ meglio che impari a giocare a tennis.
E se vogliono diventare astronauti? “Ma no caro, saresti sempre lontano da casa. Meglio che diventi un insegnante di scuola, così siamo vicini vicini anche quando sei grande.

Purtroppo però quando soffochi la capacità di sognare soffochi anche la vita.

Io non sono in grado di verificare in che percentuale il problema emerso nel corso della serata riguardi la generazione dei ventenni, e quindi non posso ne’ voglio generalizzare. Vedo però parecchi ventenni già mezzi brilli alle 18.30 per avere trangugiato un bottiglione di vino a stomaco vuoto nel bar più alla moda del mio paese. Intendiamoci, una sbornia capitava anche a me e ai  miei amici di allora, quando avevamo 20 anni: ma erano eccezioni, trasgressioni e non l’abitudine.

Se c’è una cosa che devo riconoscere a mio padre è quella di avermi insegnato a coltivare i miei sogni. E’ grazie a questo che non ho avuto paura di studiare la fisica teorica: anche se sapevo che non ero un genio e che probabilmente non sarei diventato un ricercatore la fisica mi appassionava. E comunque le competenze informatiche acquisite in quegli anni di studio mi avrebbero consentito di cercarmi un lavoro, così come poi è in effetti avvenuto. 

Avere imparato a coltivare i miei sogni mi ha anche aiutato a superare la paura di sposarmi e di scegliere coscientemente di fare due figli.

Già, i miei due figli!
Per quanto mi riguarda mi sono ripromesso di non soffocare nemmeno il più piccolo dei loro sogni, ma mi accorgo che le parole contano poco. Conta invece tantissimo come mi comporto.

Un esempio.
Sto cercando in tutti i modi, oramai da due anni, di conquistare un posto di lavoro più adatto a me. I miei figli vedono quanto lo sogno e fanno il tifo per me, ma l’effetto secondario è che sono attentissimi a come mi comporto e a come reagisco.
In questa vicenda ci sono stati molti alti e bassi, ma ho scoperto che per loro l’importante è che io non molli anche quando le cose non vanno come devono. Insomma: per loro non sono invincibile perché vinco sempre, ma perché anche quando perdo non sono “vinto”. Forse è la differenza che c’è tra un eroe e un supereroe …
Spero davvero di ottenere il nuovo lavoro, ma più importante ancora è insegnare ai miei figli che  “ormai che ho imparato a sognare non smetterò“. Perché anche loro non smettano mai di sognare una vita più bella e costruiscano un mondo migliore di quello che gli stiamo dando in mano noi.

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La fuga: un modo di tornare a vivere

fugaLa fuga implica il coraggio della diserzione, del distacco, di salire sul primo treno che lascia la stazione per lontano. Il sentimento liberatorio della fuga si sente allora profondamente quando dalla finestra del treno o dell’autobus, ci si accorge che il mondo è sempre lì, che ti aspetta, che tutto va bene, ma che per la prima volta hai veramente aperto gli occhi, hai veramente visto tutta questa ricchezza. Come avresti mai fatto a vederla se fossi rimasto nella tua routine, nel tuo tran-tran quotidiano?

[…]

Il richiamo della fuga si presenta come un’ancora di salvezza, come una luce in fondo al tunnel. Avere capito che lo scenario che ci viene proposto per la nostra vita somiglia molto ad un carcere virtuale, dove vengono ingabbiati i nostri impulsi primordiali, ci pone davanti a una scelta: insistere ad inseguire i dogmi e le teorie cosiddette vincenti della modernità, o cominciare a limare le sbarre e a scavare le gallerie che ci permettano di evadere, di tornare finalmente liberi.
Perché là fuori, c’è un firmamento che nessuno ci aveva mai raccontato. Ci sono venti arrabbiati che ti fanno volare verso l’abisso, mari in tempesta che ti riempiono i polmoni di acqua e di sale, castelli appesi al cielo come vascelli fantasma. Ci sono anche distese di prati colmi di fiori, lagune addormentate con i fenicotteri rosa, foreste rinfrescanti piene di sapori antichi. E sempre il richiamo del largo, l’invito perenne ad inoltrarsi più in là. Il viaggiatore che ha provato la fuga conosce l’invito al non ritorno …

[…]

La fuga non è un modo di vivere, ma di tornare a vivere. Quando il peso di tante sconfitte spezza le ali alle nostre più intime speranze, quando la legge della normalità schiaccia le piccole voglie di divagare, quando il grigiore dello status quo allontana l’intuizione di una vita più piena, la fuga è un modo tranquillo – solitario certo, ma nonviolento – di riscoprire quanto sono piene le nostre mani, i nostri occhi, il nostro cuore, di cose straordinarie…
E ripartire da lì.

Tratto dal Capitolo 3 del libro Ozio lentezza e nostalgia. Decalogo mediterraneo per una vita più conviviale / Christoph Baker. EMI, 2001.