Sono fragile, dunque SONO

Prima o poi, bisogna sapersi spogliare di tutte (troppe) le difese che uno ha imparato a mettere fra sé e gli altri, fra sé e la vita. Andare avanti con la pretesa di non rimettersi in discussione è una forma di suicidio convenzionale, di inganno universale. Perché l’uomo sicuro di sé è solo un povero illuso che sta sprecando i migliori anni della propria vita ad avere ragione, a badare che tutto sia sotto controllo. La vita sta da un’altra parte. Sgorga in mezzo a coloro che non hanno trovato risposta alle loro domande esistenziali. In mezzo ai naufraghi dell’amore, ai superstiti del tradimento, agli innocenti delle carneficine. Bagna di dolce luce i feriti della speranza, che cercano di salvare almeno il ricordo dell’emozione che li ha portati fino all’abisso. Riscalda i sopravvissuti del sogno infranto, coccola le vittime del gelo interno, i reduci della delusione per quanto poca cosa, alla fin dei conti, sia la realtà. Accompagna i disperati, gli abbandonati, i dimenticati. La vita sa che trionfalismo, superbia, sicurezza e certezza sono solo ridicoli travestimenti della miseria umana.

Tratto dal capitolo 8 di Ozio Lentezza e Nostalgia / Christoph Baker. Edizioni EMI.

Beati i lenti!

Gondola a Venezia

Gondola a Venezia

Abbiamo un bisogno urgente di rallentare. Di riprendere fiato, di sbarazzarci dell’angoscia di non arrivare a fare tutto quel che si deve fare nelle ventiquattro ore che fanno una giornata.

[…]

Se decidi di non correre di non accettare più di un paio di appuntamenti al giorno, di non cercare di accumulare scadenze, cominci a ritrovare un po’ di calma, e ti rilassi. E facendo questo, diventi più attento, più disponibile a quello e a quelli che ti stanno intorno. La lentezza permette di riscoprire gesti, odori e suoni che l’accelerazione e la velocità ci avevano rubato. Come si fa a sentire il profumo di un fiore – concesso che ci siano ancora fiori intorno a noi – se uno ci passa accanto a cento all’ora? E come vedere sguardi interrogativi o sottilmente perplessi sui visi di esseri cari, se andiamo così di fretta da avere perduto l’abitudine di guardare in faccia quelli con cui parliamo?

Beati i lenti! Fanno domande e aspettano con calma la risposta. Poi, non hanno subito pronta un’altra domanda (come se la vita fosse un interrogatorio permanente), lasciano che un silenzio invada lo spazio, che gli occhi si incontrino furtivamente, aspettano che un sentimento intimo porti in superficie qualche quesito rilevante.

[…]

I lenti sono spesso ricompensati da un’idea che nasce da questo lento approdo agli interrogativi. Gli stressati, quand’è l’ultima volta che hanno avuto un’idea?

Tratto dal Capitolo 4 del libro Ozio lentezza e nostalgia. Decalogo mediterraneo per una vita più conviviale / Christoph Baker. EMI, 2001.

La fuga: un modo di tornare a vivere

fugaLa fuga implica il coraggio della diserzione, del distacco, di salire sul primo treno che lascia la stazione per lontano. Il sentimento liberatorio della fuga si sente allora profondamente quando dalla finestra del treno o dell’autobus, ci si accorge che il mondo è sempre lì, che ti aspetta, che tutto va bene, ma che per la prima volta hai veramente aperto gli occhi, hai veramente visto tutta questa ricchezza. Come avresti mai fatto a vederla se fossi rimasto nella tua routine, nel tuo tran-tran quotidiano?

[…]

Il richiamo della fuga si presenta come un’ancora di salvezza, come una luce in fondo al tunnel. Avere capito che lo scenario che ci viene proposto per la nostra vita somiglia molto ad un carcere virtuale, dove vengono ingabbiati i nostri impulsi primordiali, ci pone davanti a una scelta: insistere ad inseguire i dogmi e le teorie cosiddette vincenti della modernità, o cominciare a limare le sbarre e a scavare le gallerie che ci permettano di evadere, di tornare finalmente liberi.
Perché là fuori, c’è un firmamento che nessuno ci aveva mai raccontato. Ci sono venti arrabbiati che ti fanno volare verso l’abisso, mari in tempesta che ti riempiono i polmoni di acqua e di sale, castelli appesi al cielo come vascelli fantasma. Ci sono anche distese di prati colmi di fiori, lagune addormentate con i fenicotteri rosa, foreste rinfrescanti piene di sapori antichi. E sempre il richiamo del largo, l’invito perenne ad inoltrarsi più in là. Il viaggiatore che ha provato la fuga conosce l’invito al non ritorno …

[…]

La fuga non è un modo di vivere, ma di tornare a vivere. Quando il peso di tante sconfitte spezza le ali alle nostre più intime speranze, quando la legge della normalità schiaccia le piccole voglie di divagare, quando il grigiore dello status quo allontana l’intuizione di una vita più piena, la fuga è un modo tranquillo – solitario certo, ma nonviolento – di riscoprire quanto sono piene le nostre mani, i nostri occhi, il nostro cuore, di cose straordinarie…
E ripartire da lì.

Tratto dal Capitolo 3 del libro Ozio lentezza e nostalgia. Decalogo mediterraneo per una vita più conviviale / Christoph Baker. EMI, 2001.