Credo! O almeno credo …

Ligabue – Almeno credo

Al suo ritorno, Gesù fu accolto dalla folla, perché tutti erano in attesa di lui. Ed ecco, venne un uomo di nome Giàiro, che era capo della sinagoga: si gettò ai piedi di Gesù e lo pregava di recarsi a casa sua, perché l’unica figlia che aveva, di circa dodici anni, stava per morire.

Credo che ci voglia un Dio ed anche un bar,
credo che stanotte ti verrò a trovare
per dirci tutto quello che dobbiamo dire,
o almeno credo …

Mentre Gesù vi si recava , le folle gli si accalcavano attorno. E una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, la quale, pur avendo speso tutti i suoi beni per i medici, non aveva potuto essere guarita da nessuno, gli si avvicinò da dietro, gli toccò il lembo del mantello e immediatamente l’emorragia si arrestò.

Credo proprio che non sia già tutto qui
e certi giorni invece credo sia così,
credo al tuo odore e al modo in cui mi fai sentire,
a questo credo …

Gesù disse: “Chi mi ha toccato?”. Tutti negavano. Pietro allora disse: “Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia”. Ma Gesù disse: “Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me”. Allora la donna, vedendo che non poteva rimanere nascosta, tremante, venne e si gettò ai suoi piedi e dichiarò davanti a tutto il popolo per quale motivo l’aveva toccato e come era stata guarita all’istante. Egli le disse: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace!”.

Qua nessuno c’ha il libretto d’istruzioni,
credo che ognuno si faccia il giro come viene, a suo modo,
qua non c’è mai stato solo un mondo solo,
credo a quel tale che dice in giro che l’amore porta amore credo
Se ti serve chiamami scemo, ma io almeno credo,
se ti basta chiamami scemo, ma io almeno …

Stava ancora parlando, quando arrivò uno dalla casa del capo della sinagoga e disse: “Tua figlia è morta, non disturbare più il maestro”.

Credo nel rumore di chi sa tacere,
che quando smetti di sperare inizi un pò morire,
credo al tuo amore e a quello che mi tira fuori,
o almeno credo.

Ma Gesù, avendo udito, rispose: “Non temere, soltanto abbi fede e sarà salvata”. Giunto alla casa, non permise a nessuno di entrare con lui, fuorché a Pietro, Giovanni e Giacomo e al padre e alla madre della fanciulla. Tutti piangevano e facevano il lamento su di lei.

Credo che ci sia qualcosa chiuso a chiave,
che ogni verità può fare bene e fare male,
credo che adesso mi devi far sentire le mani,
che a quelle credo …

Gesù disse: “Non piangete. Non è morta, ma dorme”. Essi lo deridevano, sapendo bene che era morta; ma egli le prese la mano e disse ad alta voce: “Fanciulla, àlzati!”.

Qua nessuno c’ha il libretto d’istruzioni,
credo che ognuno si faccia il giro come viene, a modo suo,
qua non c’è mai stato solo un mondo solo,
credo a quel tale che dice in giro che l’amore chiama amore.

La vita ritornò in lei e si alzò all’istante. Egli ordinò di darle da mangiare. I genitori ne furono sbalorditi, ma egli ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che era accaduto.

Qua nessuno c’ha il libretto d’istruzioni,
credo che ognuno si faccia il giro come viene, a modo suo,
qua non c’è mai stato solo un mondo solo,
credo a quel tale che dice in giro che l’amore porta amore credo
Se ti serve chiamami scemo, ma io almeno credo,
se ti basta chiamami scemo, ma io almeno credo.

—————-

Tratto dalla canzone “Almeno credo” di Luciano Ligabue e dal capitolo 8 del Vangelo di San Luca

Ho un po’ di traffico nell’anima

Luciano Ligabue “live” – Hai un momento Dio?

C’ho un po’ di traffico nell’anima, non ho capito che or’è
C’ho il frigo vuoto, ma voglio parlare perciò, paghi te.
Che tu sia un angelo od un diavolo, ho 3 domande per te:
chi prende l’inter, dove mi porti e poi dì, soprattutto perché?
Perché ci dovrà essere un motivo, no?
Perché forse la vita la capisce chi è più pratico.
Hai un momento Dio?
No, perché sono qua, insomma ci sarei anch’io.
Hai un momento Dio?
O te o chi per te, avete un attimo per me?

Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?” Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. Domandò loro: “Che cosa?”. Gli risposero: “Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute”. “Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”.

Li pago tutti io i miei debiti, se rompo pago per tre
quanto mi conta una risposta da te, di su, quant’è?
ma tu sei lì per non rispondere, e indossi un gran bel gilet
non bevi niente e io non ti sento com’è?
Perché?

Perché ho qualche cosa in cui credere

perché non riesco mica a ricordare bene che cos’è. 

Hai un momento Dio?

No perché sono qua, se vieni sotto offro io.
Hai un momento Dio?
Lo so che fila c’è ma tu hai un attimo per me.

Disse loro: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. Egli entrò per rimanere con loro. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista.

Nel mio stomaco son sempre solo, nel tuo stomaco sei sempre solo
ciò che sento, ciò che senti, non lo sapranno mai….

Almeno dì se il viaggio è unico e se c’è il sole di là
se stai ridendo, io non mi offendo però, perché
perché nemmeno una risposta ai miei perché
perché non mi fai fare almeno un giro col tuo bel gilet.

Hai un momento Dio?
No perché sono qua , insomma ci sarei anch’io
Hai un momento dio?
O te o chi per te avete un attimo per me?

Ed essi dissero l’un l’altro: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?”. Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”. Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

—————-

Tratto dalla canzone “Hai un momento Dio?” di Luciano Ligabue e dal capitolo 24 del Vangelo di San Luca

Beati i lenti!

Gondola a Venezia

Gondola a Venezia

Abbiamo un bisogno urgente di rallentare. Di riprendere fiato, di sbarazzarci dell’angoscia di non arrivare a fare tutto quel che si deve fare nelle ventiquattro ore che fanno una giornata.

[…]

Se decidi di non correre di non accettare più di un paio di appuntamenti al giorno, di non cercare di accumulare scadenze, cominci a ritrovare un po’ di calma, e ti rilassi. E facendo questo, diventi più attento, più disponibile a quello e a quelli che ti stanno intorno. La lentezza permette di riscoprire gesti, odori e suoni che l’accelerazione e la velocità ci avevano rubato. Come si fa a sentire il profumo di un fiore – concesso che ci siano ancora fiori intorno a noi – se uno ci passa accanto a cento all’ora? E come vedere sguardi interrogativi o sottilmente perplessi sui visi di esseri cari, se andiamo così di fretta da avere perduto l’abitudine di guardare in faccia quelli con cui parliamo?

Beati i lenti! Fanno domande e aspettano con calma la risposta. Poi, non hanno subito pronta un’altra domanda (come se la vita fosse un interrogatorio permanente), lasciano che un silenzio invada lo spazio, che gli occhi si incontrino furtivamente, aspettano che un sentimento intimo porti in superficie qualche quesito rilevante.

[…]

I lenti sono spesso ricompensati da un’idea che nasce da questo lento approdo agli interrogativi. Gli stressati, quand’è l’ultima volta che hanno avuto un’idea?

Tratto dal Capitolo 4 del libro Ozio lentezza e nostalgia. Decalogo mediterraneo per una vita più conviviale / Christoph Baker. EMI, 2001.

La fuga: un modo di tornare a vivere

fugaLa fuga implica il coraggio della diserzione, del distacco, di salire sul primo treno che lascia la stazione per lontano. Il sentimento liberatorio della fuga si sente allora profondamente quando dalla finestra del treno o dell’autobus, ci si accorge che il mondo è sempre lì, che ti aspetta, che tutto va bene, ma che per la prima volta hai veramente aperto gli occhi, hai veramente visto tutta questa ricchezza. Come avresti mai fatto a vederla se fossi rimasto nella tua routine, nel tuo tran-tran quotidiano?

[…]

Il richiamo della fuga si presenta come un’ancora di salvezza, come una luce in fondo al tunnel. Avere capito che lo scenario che ci viene proposto per la nostra vita somiglia molto ad un carcere virtuale, dove vengono ingabbiati i nostri impulsi primordiali, ci pone davanti a una scelta: insistere ad inseguire i dogmi e le teorie cosiddette vincenti della modernità, o cominciare a limare le sbarre e a scavare le gallerie che ci permettano di evadere, di tornare finalmente liberi.
Perché là fuori, c’è un firmamento che nessuno ci aveva mai raccontato. Ci sono venti arrabbiati che ti fanno volare verso l’abisso, mari in tempesta che ti riempiono i polmoni di acqua e di sale, castelli appesi al cielo come vascelli fantasma. Ci sono anche distese di prati colmi di fiori, lagune addormentate con i fenicotteri rosa, foreste rinfrescanti piene di sapori antichi. E sempre il richiamo del largo, l’invito perenne ad inoltrarsi più in là. Il viaggiatore che ha provato la fuga conosce l’invito al non ritorno …

[…]

La fuga non è un modo di vivere, ma di tornare a vivere. Quando il peso di tante sconfitte spezza le ali alle nostre più intime speranze, quando la legge della normalità schiaccia le piccole voglie di divagare, quando il grigiore dello status quo allontana l’intuizione di una vita più piena, la fuga è un modo tranquillo – solitario certo, ma nonviolento – di riscoprire quanto sono piene le nostre mani, i nostri occhi, il nostro cuore, di cose straordinarie…
E ripartire da lì.

Tratto dal Capitolo 3 del libro Ozio lentezza e nostalgia. Decalogo mediterraneo per una vita più conviviale / Christoph Baker. EMI, 2001.

Un mago, due mamme e un palloncino

Munch

Sono le 22.30 circa di mercoledì 10 luglio 2013. Mi trovo in una nota località balneare della riviera romagnola, nel mezzo di una delle tante serate organizzate per i turisti. C’è un’orchestra che suona, l’estrazione di una lotteria e anche una TV locale che riprende qualche spezzone.

Un “mago” dall’accento brasiliano ha appena concluso il suo spettacolo per bambini. E’ il momento dei palloncini dalle diverse forme: i bambini sono tanti, ma con un po’ di pazienza ce n’è per tutti.

Tenere a bada i tanti bambini a quest’ora è difficile, ma il mago ce la mette tutta per evitare la ressa: comincia a gonfiare i palloncini a forma di missile e a lanciarli lontani 5-6 metri; così, pensa, non si avvicineranno troppo alla struttura mobile che serve per lo spettacolo, rischiando di urtarla e farsi male.

Ottima strategia per i bambini, ma non ha tenuto conto dei genitori. Che invece di lasciare ai bambini la “conquista” dei palloncini si sentono in diritto di non lasciargli questa fatica e scendono personalmente in campo con tutte le loro doti acrobatiche.

E così nascono i primi screzi, le prime spallate, poi vere e proprie battaglie, sotto gli sguardi attoniti e (per fortuna …) spesso divertiti dei piccini, che la prendono con ironia molto più saggiamente dei genitori (e dei nonni).

Mio figlio ha 4 anni e 1/2, mio nipote 2 e 1/2; siccome c’è ressa e loro sono in prima fila mi lancio in mezzo alla bolgia per tirarli fuori. Ma due mamme (!) mi sbarrano la strada perché … c’è in atto un singolar tenzone che invita alla prudenza.

Mamma 1 ha un accento tipicamente romagnolo, Mamma 2 romano purosangue.

Mamma 1: “Ma si rende conto che mia figlia è piccola? Doveva lasciarmi il palloncino!” (a mio giudizio avrà avuto circa 5 anni, ovviamente mi sono ben guardato dal verificare di persona)

Mamma 2: “Ma che piccola e piccola, è alta quasi come lei, li mortacci …”

Mamma 1: “La sua andrà almeno alle scuole medie! Non si vergogna?”

Mamma 2: “Ma lei che ne sa? Venga fuori di qui che facciamo i conti”

io: “Signore scusate, là dietro c’è una bancarella che vende sacchetti di palloncini a pochi centesimi. In spiaggia ci sono i compressori. Non vale la pena litigare per così poco … E poi il mago ne ha tanti, basta pazientare.”

Macché, è come se non esistessi neanche. Il guaio e che non riesco a passare per andare a prendere mio figlio e mio nipote. Vedo però che i bambini, essendosi accorti delle varie situazioni di tensione ad opera dei genitori (e dei nonni …) saggiamente si sono calmati. Che sia una strategia del mago? Provocare risse tra i genitori per tenere buoni i piccoli.

Nel frattempo la figlia della Mamma 1, rimasta inizialmente senza palloncino, l’ha recuperato da sola, per cui la battaglia dovrebbe aver perso la sua ragion d’essere. Macché! Pare che delle 2 Mamme ne rimarrà soltanto una …

Quando finalmente riesco a recuperare figlio e nipote, che hanno conquistato da soli il palloncino, quando tutte le altre battaglie sono terminate e il mago sta smontando il suo impianto le due mamme focose stanno ancora duellando. Le loro figlie nel frattempo stanno giocando con i rispettivi palloncini. Una le guarda e ridacchia, l’altra, la più piccola, ha uno sguardo emblematico del tipo: “ma guarda un po’ cosa mi tocca vedere, se non l’avessi almeno io la testa a posto …”

Mio figlio mi chiede: papi, ma cosa stanno facendo quelle due?

Niente niente, rispondo io, è uno spettacolo per la TV. Vedi che c’è anche la telecamera?

Il giorno dopo guardo il giornale locale: nessuna notizia di morti o feriti. Mano male! Mi chiedo però come facciamo a stupirci quando in parlamento vediamo certa gente: ci rappresentano alla perfezione. O no?

L’altra immensità di Francesco

La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza […]

Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. […]

Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo.

(Papa Francesco, Lampedusa, 8 luglio 2013)

Sembra davvero la Chiesa di Francesco d’Assisi quella di Papa Francesco. E infatti queste sue dichiarazioni hanno lasciato il segno come da tempo non succedeva nei richiami di un papa. Il tema è di quelli che non lasciano la coscienza in pace a nessuno: l’Italia fa parte di quel 20% di popolazione mondiale che possiede l’80% delle risorse. Anche in questo periodo di crisi. Il Vangelo che ci ha dato la Chiesa cattolica non lascia spazio a dubbi: chi non riconosce Gesù soprattutto negli ultimi non ha capito chi è Gesù. Ecco perché Francesco chiede di piangere sulla nostra indifferenza.

Francesco non è solo un nuovo Papa: è anche un Papa nuovo.

E secondo me a lui e, spero in futuro, alla mia chiesa cattolica tutta, calzano a pennello queste parole di “Con voi”, una delle ultime canzoni di Claudio Baglioni:

Questo è il tempo di trovare un’altra immensità 
diventare liberi 
di cercare un mondo nuovo e nuove identità
di restare semplici
e questo è il tempo di guardare con ingenuità
di tornare piccoli
di salvare la speranza nella verità

Margherita Hack

“Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” e “ama il prossimo tuo come te stesso”. Queste due regole sono la guida etica che mi accompagna da tutta una vita. (Margherita Hack)

La citazione è tratta dal libro Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete / Margherita Hack, Pierluigi di Piazza. Editrice Nuovadimensione, 2012.

Margherita Hack

Margherita Hack

Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Margherita Hack, una decina di anni fa, nell’ambito di un’inaugurazione di un centro culturale del mio paese. Mi hanno chiesto di presentarla in qualità di appassionato di astronomia e “uomo di scienza” (ho una laurea in fisica).

La mia presentazione, alquanto imbarazzata, durò 3 minuti. Poi lei si lanciò con entusiasmo giovanile in 1 ora e 10 minuti di esposizione delle meraviglie del cielo, parlando tra le altre cose di materia ed energia oscura.

Il pubblico di 200 persone, di tutte le età, rimase letteralmente a bocca aperta per tutto quel tempo, non un colpo di tosse, non uno sbadiglio.

La sua semplicità e il suo entusiasmo colpirono tutti quanti, a cominciare da me, che pure l’avevo già conosciuta attraverso i suoi libri e la sua rivista “L’astronomia” fin da giovane.

Margherita disse poche cose che non sapevo già, ma le rese tutte più interessanti.

Nel giorno in cui è morta ero a Milano con mia figlia, al Museo della Scienza e della Tecnica: ho cercato di trasmetterle la bellezza del pensiero scientifico che mi aveva impressionato anche in Margherita e in parte sono convinto di esserci riuscito, dato che mi ha chiesto di tornarci con le sue cugine.

Margherita era atea, io sono credente. Ma il mondo non si divide tra atei e credenti: si divide tra chi pensa e chi non pensa. Proprio come dimostra la sua citazione evangelica.

Ciao Margherita e grazie di tutto.